Vedere i propri nipoti brillanti e capaci, eppure inspiegabilmente fermi al palo, genera nei nonni un misto di preoccupazione e frustrazione che spesso faticano a esprimere. Quella generazione che ha costruito dal nulla, che considerava il lavoro e l’indipendenza come conquiste fondamentali, si trova oggi davanti a giovani adulti apparentemente demotivati, che rimandano scelte decisive e sembrano navigare senza una rotta precisa. Non si tratta di pigrizia, come verrebbe facile pensare, ma di un fenomeno complesso che merita di essere compreso prima di essere giudicato.
Il paradosso della generazione iperformante e immobile
I giovani adulti di oggi hanno accumulato titoli di studio che i loro nonni non avrebbero mai immaginato: lauree magistrali, master, competenze linguistiche e tecnologiche straordinarie. Eppure, proprio questa sovrabbondanza di preparazione nasconde una trappola. Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di modernità liquida per descrivere un’epoca in cui le certezze si dissolvono e i percorsi tradizionali perdono significato. Per questi ragazzi, studiare non garantisce più automaticamente un futuro: hanno visto laureati consegnare pizze e coetanei con tre stage non retribuiti alle spalle ancora dipendenti economicamente dalla famiglia.
Questa disconnessione tra impegno e risultato genera quello che gli psicologi definiscono impotenza appresa, un meccanismo che blocca l’iniziativa. Non è mancanza di ambizione, ma il terrore paralizzante di investire energie in un sistema che percepiscono come truccato. Chi può biasimarli quando vedono che fare tutto giusto non basta più?
Quando l’ansia da prestazione diventa paralisi decisionale
I nonni ricordano quando le scelte erano limitate ma chiare: un mestiere, una casa, una famiglia. Oggi i nipoti affrontano quello che lo psicologo Barry Schwartz chiama il paradosso della scelta: troppe opzioni, nessuna apparentemente giusta. Ogni decisione porta con sé il peso delle alternative scartate e la paura di sbagliare irrimediabilmente.
Questa generazione è cresciuta con la pressione di dover trovare la propria passione, trasformando la scelta professionale in una questione esistenziale anziché pragmatica. Dove i nonni chiedevano “questo lavoro mi permette di vivere?”, i nipoti si interrogano “questo lavoro definisce chi sono?”. Il risultato? Una procrastinazione esistenziale che può durare anni, alimentata dalla paura costante di non essere all’altezza delle aspettative.
Il ruolo inaspettato che i nonni possono giocare
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i nonni possiedono strumenti preziosi per aiutare i nipoti in questa fase critica, proprio perché occupano una posizione unica nel sistema familiare. Non hanno la carica emotiva dei genitori, ma mantengono l’autorevolezza dell’esperienza vissuta.
La forza della testimonianza senza giudizio
Potete condividere le vostre esperienze di fallimento e ripartenza senza il peso che avrebbero se venissero dai genitori. Raccontare come avete affrontato crisi economiche, cambi di direzione, scelte sbagliate offre ai nipoti una narrativa alternativa al successo lineare. Loro hanno bisogno di sapere che anche voi avete sbagliato, che non tutto è filato liscio, che ricostruire è possibile. Questa prospettiva storica diventa un antidoto prezioso contro la paralisi del perfezionismo.
Domande che aprono invece di chiudere
Evitate le classiche domande ansiogene come “Quando troverai un lavoro vero?” o “Non pensi sia ora di sistemarti?”. Queste domande generano pressione invece di dialogo. Provate invece con approcci che favoriscono l’esplorazione:
- Cosa ti fa sentire vivo in questo momento della tua vita?
- Quali piccoli passi potresti fare questa settimana verso qualcosa che ti interessa?
- Cosa ti spaventa di più nel prendere una decisione?
- Come posso esserti utile senza invadere il tuo spazio?
Queste domande spostano il focus dalla critica all’esplorazione, creando uno spazio sicuro dove i nipoti possono pensare ad alta voce senza sentirsi giudicati.

Riconoscere le differenze strutturali tra generazioni
È fondamentale comprendere che il contesto economico e sociale è oggettivamente diverso. Secondo l’ISTAT, nel 1980 un giovane italiano raggiungeva l’indipendenza economica mediamente intorno ai 24 anni, oggi questa età si è spostata oltre i 30. Non è questione di carattere, ma di precarietà strutturale del mercato del lavoro.
Il costo della vita, specialmente per l’abitazione, è aumentato in proporzione molto superiore ai salari di ingresso. Dove bastava un anno di stipendio per accumulare una caparra, oggi ne servono cinque o sei. I contratti precari sono diventati la norma, non l’eccezione. Riconoscere queste difficoltà oggettive non significa giustificare l’inerzia, ma contestualizzare il fenomeno in modo realistico e costruire un dialogo basato sulla comprensione reciproca.
Strategie concrete di supporto intergenerazionale
Il mentoring informale
Potete offrire il vostro network professionale senza pressioni. Una semplice introduzione, un contatto condiviso, un consiglio su come presentarsi a un colloquio: piccoli gesti che per i giovani fanno enorme differenza. Non sottovalutate il valore delle vostre conoscenze accumulate in decenni di lavoro. Anche se pensate che il vostro settore sia superato, le competenze relazionali e la capacità di muoversi nel mondo professionale restano sempre attuali.
Il sostegno selettivo e mirato
Se possibile economicamente, valutate un supporto finalizzato a obiettivi specifici: un corso di formazione, l’attrezzatura per avviare un progetto autonomo, il deposito per un appartamento condiviso. Il sostegno legato a un progetto concreto è più efficace dell’assistenza generica, perché rinforza l’autonomia invece di sostituirla. Date ai nipoti la possibilità di investire su se stessi, non di dipendere indefinitamente.
Lo spazio per sperimentare senza fallire definitivamente
Potete offrire quello che lo psicologo Erik Erikson chiamava moratoria psicosociale: uno spazio protetto dove sperimentare identità e progetti senza che ogni errore sia percepito come catastrofico. Questo non significa alimentare l’infantilismo, ma riconoscere che il processo di autodefinizione oggi richiede più tempo e tentativi. La vostra casa, il vostro ascolto, la vostra fiducia possono diventare la base sicura da cui partire per esplorare.
La vostra esperienza di vita può diventare la bussola che aiuta i nipoti a navigare l’incertezza, non imponendo direzioni ma offrendo punti di riferimento stabili in un mondo che cambia troppo rapidamente. Il vostro ruolo non è risolvere i loro problemi o giudicare le loro scelte, ma restare presenti, credere nelle loro potenzialità anche quando loro stessi le mettono in dubbio, e testimoniare che è possibile costruire una vita significativa anche attraverso percorsi imperfetti e non lineari.
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