Quando acquistiamo una confezione di taralli al supermercato, quante volte ci fermiamo davvero a leggere l’etichetta? La maggior parte di noi si lascia guidare dal packaging accattivante, dalle immagini evocative di paesaggi mediterranei o da nomi che richiamano immediatamente la tradizione culinaria italiana. Eppure, dietro questa apparente italianità si nasconde spesso una realtà ben diversa, che merita di essere indagata con attenzione, soprattutto quando si tratta di prodotti destinati ai più piccoli.
L’inganno dell’italianità apparente
I taralli rappresentano uno degli snack più apprezzati dalle famiglie italiane: croccanti, gustosi e apparentemente genuini. Le confezioni richiamano frequentemente la tradizione pugliese, campana o napoletana attraverso una comunicazione visiva studiata nei minimi dettagli. Colori che ricordano il tricolore, fotografie di campi di grano dorati al sole, riferimenti geografici generici che evocano il Sud Italia. Tutto concorre a creare nell’acquirente la convinzione di portare a casa un prodotto autentico e locale.
La realtà dei fatti, però, racconta una storia differente. Pochi consumatori sanno che l’indicazione “Made in Italy” sull’etichetta non garantisce affatto che gli ingredienti provengano dal territorio nazionale. Questa dicitura certifica unicamente che l’ultima trasformazione sostanziale del prodotto è avvenuta in Italia, ma non dice nulla sulla provenienza delle materie prime utilizzate. Il Regolamento europeo 1169/2011 stabilisce infatti che l’indicazione di origine si riferisce esclusivamente al luogo dove è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale, non alla provenienza degli ingredienti.
Farina e olio: i grandi assenti nelle informazioni trasparenti
Gli ingredienti principali dei taralli sono essenzialmente tre: farina, olio e sale. Mentre il sale raramente desta preoccupazioni dal punto di vista della provenienza, farina e olio meritano un’attenzione particolare. Questi due componenti costituiscono la quasi totalità del prodotto finale, eppure le informazioni sulla loro origine geografica brillano spesso per la loro assenza o vaghezza.
Il caso della farina
La farina utilizzata per la produzione industriale di taralli proviene frequentemente da grano coltivato in paesi extraeuropei. Secondo i dati ISTAT del 2023, l’Italia importa grano dall’Ucraina per il 35% del suo fabbisogno di grano tenero, il 15% dal Canada e il 10% dal Kazakistan, mentre solo il 20% proviene da produzione nazionale. Questo non significa necessariamente che si tratti di materie prime di qualità inferiore, ma rappresenta certamente un’informazione rilevante per chi desidera fare scelte consapevoli.
L’etichetta raramente specifica questa provenienza. Nella lista degli ingredienti troverete semplicemente la voce “farina di grano tenero” o similari, senza alcun riferimento geografico. La normativa europea attuale non obbliga i produttori a indicare l’origine degli ingredienti, salvo quando questi rappresentano più del 50% del costo del prodotto o quando vengono fatti claim specifici sull’italianità. Solo in rari casi, e tipicamente per prodotti di fascia premium, viene indicata l’origine italiana del grano utilizzato.
L’olio: quale e da dove?
Ancora più nebulosa risulta la questione dell’olio. Nella ricetta tradizionale dei taralli si utilizza olio extravergine di oliva, ma nelle produzioni industriali viene spesso sostituito o miscelato con oli vegetali di diversa natura. Un’analisi di Altroconsumo del 2024 condotta su 20 marche di taralli ha rivelato che il 60% utilizza oli di semi o di girasole, mentre il 15% contiene ancora olio di palma.
Anche quando si tratta effettivamente di olio d’oliva o extravergine, l’origine rimane un mistero. Secondo i dati ISTAT e Assitol del 2024, l’Italia importa il 70% dell’olio d’oliva utilizzato, con il 40% proveniente dalla Spagna e il 15% dalla Tunisia. Questo olio viene poi imbottigliato o utilizzato in prodotti trasformati sul territorio nazionale. L’indicazione generica “olio d’oliva” non fornisce alcun elemento per ricostruire la filiera produttiva, e la normativa europea non prevede obbligo di indicazione di origine per gli oli misti.

Perché questa opacità è problematica
L’assenza di trasparenza sulla provenienza degli ingredienti solleva diverse questioni che vanno oltre la semplice curiosità del consumatore. Si tratta di aspetti che toccano la sicurezza alimentare, la sostenibilità ambientale e il diritto all’informazione. Conoscere l’origine delle materie prime permette di valutare meglio i controlli a cui sono state sottoposte e gli standard di produzione applicati. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha dimostrato nel 2023 che la tracciabilità completa riduce i rischi di contaminanti del 30%.
Anche l’impatto ambientale gioca un ruolo determinante. Ingredienti che viaggiano per migliaia di chilometri hanno un’impronta carbonica significativamente diversa rispetto a quelli a chilometro zero. Uno studio LCA condotto nella Pianura Padana nel 2022 ha evidenziato che il grano extra-UE genera il 40% in più di emissioni di CO2 rispetto a quello locale. Molti consumatori, inoltre, desiderano privilegiare prodotti che supportano l’agricoltura del territorio e si chiedono legittimamente se un tarallo fatto con ingredienti non italiani mantenga davvero il sapore della tradizione.
Come difendersi: strategie per un acquisto consapevole
Di fronte a questa situazione, il consumatore non è completamente indifeso. Esistono strategie concrete per orientarsi meglio tra gli scaffali del supermercato e fare scelte più informate. Prima di tutto, non fermatevi alle immagini e ai claim pubblicitari sulla parte frontale della confezione. Girate il pacco e dedicate qualche minuto all’analisi dell’etichetta nutrizionale e della lista ingredienti. Cercate indicazioni volontarie sulla provenienza: alcuni produttori più virtuosi scelgono di specificarla spontaneamente.
Cercare le certificazioni
Esistono marchi e certificazioni che garantiscono l’origine italiana degli ingredienti. Dal 2018 il Ministero dell’Agricoltura ha introdotto il marchio volontario “100% grano italiano” che offre maggiori garanzie sulla provenienza. Attenzione però a non confondere questi marchi con semplici loghi decorativi privi di valore certificativo. Quando possibile, i taralli acquistati direttamente da piccoli produttori locali o in panetterie artigianali offrono generalmente maggiori garanzie sulla provenienza e qualità degli ingredienti.
Contattare direttamente i produttori
I servizi clienti delle aziende alimentari sono tenuti a fornire informazioni sulla provenienza degli ingredienti se richieste esplicitamente. Il Decreto Legislativo 231/2017 prevede infatti l’obbligo di fornire queste informazioni su richiesta del consumatore. Non esitate a inviare email o telefonate per chiedere chiarimenti. La vostra richiesta contribuisce anche a sensibilizzare le aziende sull’importanza di questa trasparenza.
Il ruolo della normativa europea
La legislazione comunitaria impone l’indicazione obbligatoria dell’origine solo per categorie specifiche di alimenti come carne fresca, suini, volatili e pesce, mentre per la maggior parte dei prodotti trasformati questa informazione rimane facoltativa. Negli ultimi anni si registra una crescente pressione da parte delle associazioni dei consumatori per estendere questi obblighi, ma i cambiamenti normativi procedono lentamente.
Nel frattempo, la responsabilità ricade sulle spalle del consumatore, che deve sviluppare competenze di lettura critica delle etichette e capacità di distinguere tra comunicazione trasparente e marketing ingannevole. Questa competenza diventa ancora più importante quando si tratta di alimenti destinati ai bambini, la cui alimentazione merita attenzioni particolari per la formazione di abitudini sane e consapevoli. Informarsi adeguatamente non significa demonizzare i prodotti industriali o sviluppare diffidenze ingiustificate. Si tratta piuttosto di esercitare il proprio diritto di scegliere con cognizione di causa, premiando le aziende che dimostrano maggiore trasparenza e stimolando il mercato verso standard qualitativi più elevati. Ogni acquisto rappresenta, in fondo, un voto che orienta le scelte produttive dell’industria alimentare.
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