Apri il barattolo e scopri l’inganno: perché quel sugo pronto costa così poco e cosa contiene davvero

Quando ci troviamo davanti allo scaffale dei sughi pronti al supermercato, la nostra attenzione viene immediatamente catturata da confezioni che ostentano simboli rassicuranti: piccoli bollini verdi, disegni di casette di campagna, diciture che evocano tradizioni culinarie centenarie. Eppure, dietro questa patina di autenticità si nasconde spesso una realtà produttiva ben diversa da quella che l’etichetta frontale vorrebbe farci credere. I ragù pronti rappresentano un caso emblematico di come il marketing alimentare possa orientare le nostre scelte d’acquisto in direzioni che non sempre corrispondono ai nostri reali interessi come consumatori.

Il potere seduttivo dei simboli sulla confezione

Le confezioni moderne dei ragù industriali sono progettate con estrema cura per trasmettere messaggi precisi al nostro subconscio. Un bollino che richiama elementi naturali, una palette di colori tenui che evoca la terra e la campagna, fotografie che mostrano ingredienti freschi disposti artisticamente: tutti questi elementi costruiscono nell’immaginario del consumatore l’idea di un prodotto sostanzialmente casalingo, preparato con cura e ingredienti selezionati. La realtà produttiva, però, segue logiche industriali che poco hanno a che vedere con la pentola che sobbolle sul fornello della nonna.

Cosa si nasconde realmente nell’elenco ingredienti

La prima sorpresa arriva quando si capovolge la confezione e si legge attentamente la lista degli ingredienti. Quella carne che sulla parte frontale del barattolo appare succulenta e abbondante, nella composizione effettiva del prodotto può rappresentare appena l’11-13% del totale, come dimostrano analisi condotte su marchi noti del mercato italiano. Il resto? Una base di pomodoro, certamente, ma arricchita da una serie di componenti che servono a stabilizzare, conservare, insaporire e dare consistenza al prodotto.

Gli addensanti sono quasi sempre presenti: amidi modificati, gomme vegetali, fibre che trasformano la texture del sugo rendendola più corposa di quanto la percentuale di carne giustificherebbe. Poi troviamo i correttori di acidità, necessari per bilanciare il sapore del pomodoro lavorato industrialmente, e una quantità di sale spesso superiore a quanto utilizzeremmo preparando lo stesso sugo in casa.

I conservanti mascherati

Particolarmente interessante è notare come alcuni ingredienti svolgano funzione conservante pur non essendo dichiarati esplicitamente come tali. Gli estratti di rosmarino, ad esempio, vengono spesso presentati come ingredienti naturali quando in realtà la loro funzione principale è antiossidante e conservante, come riconosciuto dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. Lo stesso vale per alcuni acidi organici che compaiono nell’elenco con nomi che suonano innocui ma che servono principalmente a prolungare la shelf-life del prodotto.

I bollini che promettono qualità: analisi critica

Molti ragù pronti esibiscono bollini e certificazioni che meritano un’analisi più approfondita. Un simbolo che indica “senza glutammato aggiunto” potrebbe sembrare una garanzia di qualità, ma in realtà rappresenta semplicemente il rispetto di una normativa base, non un plus particolare. Allo stesso modo, l’indicazione “senza coloranti artificiali” non esclude la presenza di coloranti naturali o, più spesso, di concentrati vegetali che svolgono la stessa funzione cromatica.

I riferimenti a “ricette tradizionali” o “come una volta” sono ancora più sfuggenti dal punto di vista normativo. Non esistono parametri oggettivi che definiscano cosa renda una ricetta tradizionale in un contesto industriale, e queste espressioni rimangono nel campo delle suggestioni emotive piuttosto che delle garanzie concrete sulla composizione del prodotto.

La questione della percentuale di carne

Uno degli aspetti più critici riguarda proprio la quantità di carne presente. Mentre l’immagine sulla confezione mostra spesso pezzi di carne ben visibili e abbondanti, la percentuale reale dichiarata in etichetta racconta una storia diversa. In alcuni casi si parla di “preparazione a base di carne”, una definizione normativa europea che permette percentuali di carne anche inferiori al 4%, decisamente ridotte rispetto a un vero e proprio ragù.

Vale la pena soffermarsi anche sulla tipologia di carne utilizzata. Raramente si tratta di tagli pregiati: più frequentemente vengono impiegati scarti di lavorazione perfettamente commestibili ma di qualità inferiore, carne separata meccanicamente secondo quanto previsto dalle normative europee sui sottoprodotti della macellazione, o parti che difficilmente sceglieremmo al banco della macelleria per preparare un ragù casalingo.

Come difendersi: la lettura consapevole dell’etichetta

La difesa più efficace che abbiamo come consumatori rimane la lettura attenta e critica delle informazioni obbligatorie riportate sulla confezione, come stabilito dal Regolamento Europeo sull’etichettatura alimentare. Gli ingredienti sono elencati in ordine decrescente di quantità: se la carne compare dopo il pomodoro e altri ingredienti, significa che la sua presenza è minoritaria. La tabella nutrizionale fornisce ulteriori indizi: un contenuto proteico molto basso rispetto ai grassi e ai carboidrati suggerisce una scarsa presenza di carne.

Segnali d’allarme da non ignorare

  • Elenchi di ingredienti eccessivamente lunghi, con componenti dai nomi complessi
  • Percentuali di carne non dichiarate o inferiori al 12-15%
  • Presenza di zuccheri aggiunti nelle prime posizioni dell’elenco ingredienti
  • Contenuto di sale superiore a 1 grammo per 100 grammi di prodotto
  • Prezzi particolarmente bassi rispetto alla media, spesso indice di ingredienti economici

Alternative e compromessi ragionevoli

Capire questi meccanismi non significa necessariamente bandire i ragù pronti dalla nostra dispensa. Significa però acquistarli con consapevolezza, sapendo esattamente cosa stiamo comprando e valutando il rapporto tra prezzo, qualità effettiva e comodità. Alcuni prodotti, pur essendo industriali, mantengono standard qualitativi accettabili con percentuali di carne ragionevoli e liste di ingredienti contenute, come dimostrano test comparativi condotti nel 2023 sul mercato italiano.

L’alternativa più valida rimane ovviamente la preparazione casalinga, che permette il controllo totale su ingredienti e quantità. Per chi non ha tempo, una soluzione intermedia potrebbe essere quella di preparare ragù in quantità maggiori e congelarlo in porzioni, ottenendo la praticità del prodotto pronto con la qualità del fatto in casa.

La trasparenza nelle etichette dovrebbe essere un diritto acquisito, non una conquista faticosa. Ogni volta che scegliamo di investire qualche minuto in più nella lettura delle informazioni sul retro della confezione, esercitiamo il nostro potere di consumatori informati e contribuiamo a orientare il mercato verso standard qualitativi più elevati. I simboli accattivanti continueranno a esistere, ma la nostra capacità di guardare oltre le apparenze farà la differenza nelle scelte quotidiane che portiamo in tavola.

Quando compri un ragù pronto cosa guardi prima?
Il bollino verde sulla confezione
La percentuale di carne dichiarata
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La lista completa degli ingredienti
La marca più pubblicizzata

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